Gli Istituti Ospedalieri accanto a AVSI per il settimo anno consecutivo

Grande partecipazione ed emozione oggi durante l’ormai tradizionale incontro con AVSI - organizzazione non governativa nata nel 1972 e impegnata con oltre 100 progetti di cooperazione allo sviluppo in 30 paesi del mondo - che si è tenuto presso il Policlinico San Marco di Zingonia.

Nell’occasione medici, personale sanitario e amministrativo hanno potuto conoscere un po’ più da vicino, attraverso video e la toccante testimonianza di Matteo Severgnini - cooperante dell’organizzazione - le attività che AVSI sostiene in tutto il mondo e i bimbi africani che da sette anni gli Istituti ospedalieri Bergamaschi hanno adottato a distanza.

Grazie al contributo dell’amministrazione degli Istituti Ospedalieri Bergamaschi e dei suoi dipendenti, 20 bambini africani in questi anni hanno potuto andare a scuola, avere penne, libri e quaderni con i quali studiare e diventare grandi, mangiare in modo adeguato alle loro necessità di crescita, studio e divertimento, essere assistiti da un punto di vista medico, ricevere le vaccinazioni.

L’idea di adottare dei bambini a distanza è nata sette anni fa durante una festa aziendale. Da allora con il contributo di tutti, amministrazione e dipendenti, abbiamo prima adottato 16 bimbi che poi sono diventati 20. Attraverso il progetto a cui contribuiscono anche gli Istituti Ospedalieri Bergamaschi, AVSI sostiene circa 1.400 bambini, principalmente nella città di Lagos ma anche in altre realtà di degrado e povertà nel nord della Nigeria come la zona di Jalingo. Grazie al sostegno ricevuto il beneficiario riceve alimentazione, cure mediche, interventi igienico–sanitari, scolarizzazione e partecipa ad attività ricreative ed educative.

“Seguendo il metodo AVSI, l’approccio al bambino è personalizzato. Infatti AVSI oltre a sottolineare la centralità della persona si propone di aiutare e non sostituirsi alla libertà della persona stessa – continua Matteo Severgnini, cooperante AVSI in Uganda – In questo modo aiutando direttamente il bambino nei suoi bisogni primari, cibo, vestiti, educazione, vaccinazioni, aiutiamo indirettamente anche la famiglia di provenienza. In modo indiretto perché iniziamo a condividere la vita e i bisogni con queste famiglie, cercando insieme a loro, il modo migliore per aiutarli. In alcuni casi abbiamo risposto a bisogni concreti come aiutare le famiglie a aprire piccole attività commerciali (nella nostra realtà vuol dire comprare per esempio una tanica di olio di palma per permettere la rivendita) o a pagare gli affitti delle loro case, anche se esulavano dai singoli progetti. Di fronte a realtà drammatiche di povertà e difficoltà come quelle che vediamo e viviamo in molti Paesi africani e non, non è possibile girare la testa. È un dovere morale intervenire” conclude.

In questo percorso, il bambino rappresenta un punto di entrata per coinvolgere anche la sua famiglia e la sua comunità, non sostituendosi alle responsabilità proprie di ciascuno ma accompagnando le persone verso una propria autonomia e rendendoli essi stessi fattore di sviluppo economico e di cambiamento per la società in cui vivono.

“Quando una persona si sente amata, quando sente che le viene dato valore, comincia a prendersi cura di sé e anche degli altri. Ed è questa la grande “rivoluzione” che può creare le basi per la speranza di una vita diversa” conclude Severgnini.

È possibile vedere il servizio, realizzato da Bergamo TV, che riporta la notizia cliccando qui


 

 

 

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